
Israele e la Nakba
Israele commemora quello che chiama il ‘giorno dell’indipendenza nazionale’ commemorando l’arrivo degli ebrei nella loro terra natale e la nascita dello stato ebraico, realizzazione del sogno sionista di una ‘Grande Israele’, Eretz Israel, su tutto il territorio della Palestina del mandato britannico. Nei propri riti celebrativi Israele dimostra di non riconoscere alcuna responsabilità rispetto alla distruzione delle terre natali del popolo palestinese e nemmeno circa il loro dislocamento forzato, quello che i palestinesi chiamano Nakba o catastrofe. Un famoso leader sionista, Israel Zangwill, parlò di: ‘Un popolo senza terra che torna ad una terra senza popolo’.
Tale negazione della realtà di fatto è spesso presente nelle scuole, nelle carte geografiche e nel diritto. Quest’approccio sta ugualmente dietro alla perpetuazione delle confische di terre palestinesi, agli aspetti discriminatori del sistema legale, ed ai dislocamenti forzati di oggi. Secondo quanto affermato da Eitan Bronstein che lavora presso l’associazione israeliana Zochrot (che significa Ricordare in Ebraico):
“Se la Nakba non fosse mai esistita, sarebbe impossibile che oggi milioni di rifugiati palestinesi stessero chiedendo la restituzione dei propri diritti.”
Tra la fine del 1947 e l’inizio del 1949 più della metà della popolazione palestinese residente nelle terre della Palestina del Mandato Britannico (stimata a circa 1.3 milioni) venne dislocata dalle milizie sioniste dello stato d’Israele. Dopo il 1948 Israele usò leggi militari e di altro tipo (ad esempio quella sull’assenza del proprietario dalla propria terra) per assicurarsi che i rifugiati e gli IDP palestinesi non tornassero alle proprie case e proprietà, rivendicandone il possesso. Anche coloro che rimasero sulla propria terra furono soggetti a leggi discriminatorie e al governo militare che durò fino al 1966.
Nel 1950 Israele approvò la Legge del Ritorno, che garantiva ad ogni persona ebrea nel mondo il diritto di cittadinanza israeliana e (dal 1967) anche nei territori palestinesi occupati. Allo stesso tempo la Legge sulla Cittadinanza, approvata nel 1952, non assegnava la nazionalità israeliana ai rifugiati palestinesi. Questa concezione di nazionalità basata sull’appartenenza etno-religiosa ed extra territoriale fu la base su cui venne costruito tutto il complesso sistema di norme differenziate per ebrei e palestinesi, discriminatorie verso questi ultimi. Fin dal 1967 il governo militare israeliano ha stabilito un simile sistema di leggi discriminatorie e regolamenti militari nei territori occupati.
Israele presenta se stesso al mondo come una democrazia, ma gli esperti delle Nazioni Unite hanno spesso espresso un parere contrario. Nel 2003 il Comitato per i Diritti Economici, Sociali e Culturali ha concluso che il concetto del tutto extraterritoriale di nazionalità ebraica promulgato da Israele conduce a “trattamenti preferenziali” che diventano di fatto “discriminazione verso le persone che non sono ebree, in particolare verso i rifugiati palestinesi”. Nel giugno 2007 il Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha concluso che “la negazione dei diritti di molti palestinesi di tornare alle proprie case in Israele è discriminatorio e porta avanti nel tempo violazioni dei diritti umani”. Il CERD ha inoltre applicato il concetto di apartheid a trattamenti specifici che riguardano i cittadini palestinesi di Israele, chiedendo ad Israele di “determinare fino a che punto il mantenimento della separazione dei settori urbani in parti arabe ed altre ebraiche non sia discriminazione razziale di fatto”.
Le pratiche d’apartheid israeliane sono chiaramente visibili nel Naqab –Negev- dove vivono 160.000 beduini indigeni. Molti di essi si trovano in villaggi non riconosciuti che non sono stati inclusi nel piano territoriale israeliano. Tali villaggi ‘irriconosciuti’ non hanno accesso a servizi pubblici, (acqua, elettricità, sanità o educazione) e non è possibile ottenere alcuna licenza per edificare. Gli immobili senza licenza vengono facilmente demoliti.
Stime officiali parlano di 45.000 case in attesa di essere demolite, secondo la legge israeliana, nella sola pianura del Naqab.Nel 2005 inoltre Israele diede inizio ad un piano decennale per un totale di 3.6 miliardi di dollari, teso allo ‘sviluppo’ del Naqab e alla conseguente duplicazione dei residenti ebrei nel territorio.
Israele non ritiene occupati i territori palestinesi occupati. Nel gennaio 2007 il Professor John Dugard, delegato speciale delle Nazioni Unite per i diritti Umani, ha dichiarato che i 40 anni di occupazione degli OPT “hanno incluso elementi di colonialismo ed apartheid”. Miloon Kothari, il delegato speciale delle Nazioni Unite per un adeguato diritto alla casa, constatò che “le istituzioni, le leggi e le pratiche che Israele ha sviluppato al fine di spogliare i palestinesi (oggi cittadini israeliani) delle loro proprietà all’interno dei confini del 1948 (la linea verde) sono stati applicati con effetti simili nei territori occupati nel 1967” e che “la confisca israeliana delle terre e delle proprietà private e collettive palestinesi nei territori occupati è una componente essenziale del progetto israeliano di trasferimento della popolazione palestinese”.



Israele e la Nakba









